Il tempo però non è stato clemente, almeno non fino al mattino: pioggia battente e freddo hanno colpito i coraggiosi che, ostici, hanno continuato a star lì in coda. Così, davanti a grate che hanno visto nelle ore sempre più persone, è trascorsa l’attesa per gli U2, un’attesa durata 4 anni che finalmente si è materializzata sotto The Claw, l’Artiglio, il mastodontico palco. Vederlo in un solo colpo d’occhio è impossibile: enorme, con quattro massicci “zamponi” e un puntale che svetta al di sopra di tutto e tutti, lanciando bagliori dati da una sorta di palla da discoteca in cima. Cos’è? un pungiglione? un’antenna? un radar? Sicuramente qualcosa che avvicina all’universo intero perchè gli U2, dopo aver fatto incetta di consensi a livello mondiale, sembrano essere pronti al decollo nello spazio con quell’armamentario montato nel prato di San Siro.
Dopo l’esibizione degli Snow Patrol, ottimi musicisti che si sono mostrati ispirati e parecchio grati per essere su un palco tanto grande sia in fatto di fama che di dimensioni, il tempo prima del concerto vola e poco dopo le 21 ecco entrare una sagoma bianca illuminata ulteriormente da luci abbaglianti: è Larry che, serio e impettito, raggiunge il timone, la sua batteria. E poi a seguire ecco The Edge, Adam e Bono. Boato immenso, gli spalti tremano e gli U2 iniziano il loro nuovo capitolo italiano: in una sequenza vorticosa e rapida partono con alcuni brani tratti dal nuovo album, cioè Breathe, No line on the horizon, Get on your boots e Magnificent. Le quattro canzoni entusiasmano il pubblico, in evidente visibilio malgrado qualche imperfezione che ha reso il volume della voce di Bono a tratti un po’ in sordina rispetto al resto degli strumenti.
Ecco arrivare il momento dei saluti ufficiali nell’intro di Beautiful Day: Bono parla delle difficoltà materiali di questo periodo, della crisi di lavoro in Italia e si augura che, almeno per una sera, la musica degli U2 possa trasformare le successive due ore in qualcosa di fantastico. Il pubblico è caldissimo e, sotto il palco, si agita e corre in direzione dei quattro che, tra una passerella e l’altra tentano di occupare i vari punti del mastondonte su cui stanno suonando; impresa difficile per via degli spazi decisamente giganteschi. Ritmo più soft e parte uno dei classici: I still haven’t found what I’m looking for intervallata a sorpresa da una Stand by me intonata al volo da tutto lo stadio. Si resta sui toni pacati con un tributo a Michael Jackson: una dedica al re del pop con Angel of Harlem e, a seguire, due snippet in sequenza, cioè Man in the Mirror e Don’t stop ’til you get enough. Un attimo dopo ecco arrivare una ragazza sul palco: è Eve, la seconda figlia di Bono. Arrivano due bicchieri, Larry si improvvisa sommelier e distilla champagne (o italianissimo spumante?) per un brindisi speciale: è il compleanno di Eve e, prontamente, San Siro intona la canzoncina di rito. La band dedica Party Girl alla ragazza che, dopo aver ballato un po’ con suo papà, si eclissa per lasciare spazio al prossimo pezzo: una In a little while dolce e lenta riesce a calmare gli animi, tuttavia sempre all’erta.
E’il momento di Unknown Caller e il settore rosso di San Siro cambia immediatamente volto: spuntano cartoncini bianchi e rossi a formare una grande coreografia che vede comporsi la scritta 3:33 come sul display di un orologio digitale. Un omaggio agli U2 organizzato da U2place, la più grande community di fan italiani, al quale i presenti hanno dato fattiva collaborazione. Bono si accorge che qualcosa sta accadendo, sgrana gli occhi, l’impatto è notevole; guarda stupito e grato, batte il pugno sul cuore e chiede di illuminare bene il settore perchè desidera vedere e mostrare a tutto lo stadio l’enorme 3:33. E così, mentre la canzone volge al termine e la coreografia si disfa diventando tutto un volare di aeroplanini di carta, l’enorme schermo inizia a modificarsi, scendendo sul palco quasi come una ragnatela che un ragno invisibile sta tessendo.
Stupore massimo quando partono suoni che in Italia non si sentivano da tanto, troppo tempo: The Unforgettable Fire catapulta tutti in un’altra atmosfera, più arcaica, che sa di un passato glorioso i cui fasti possono ascoltarsi qua e là in questo nuovo album. Un incanto che emoziona i fan di vecchia data e che zittisce molte nuove leve nella potenza di quel momento. Bono si abarbica su una passerella che di tanto in tanto si muove ed ecco partire City of Blinding Lights e subito Vertigo; San Siro esplode, il palco si fa quasi minaccioso su Larry, inghiottito dallo schermo del tutto dipanato, un unico coro, un unico urlo di partecipazione. Ancora nuovo album, stavolta con una I’ll go crazy in una versione remix parecchio particolare: del pezzo così com’è sull’album quasi si riconoscono a stento le parole, scandite su un ritmo tra il tribalhouse e il rap, un connubio strano la cui nota da segnalare è la presenza di Larry al di fuori dalla batteria, con un bongo addosso portato a spasso con una certa timidezza e con divertimento. Sempre Larry torna al suo consueto posto ma non si siede e, prese le bacchette, picchia forte e apre Sunday Bloody Sunday. La canzone però non decolla subito come dovrebbe, a causa di problemi al microfono di Bono, prontamente risolti alla seconda strofa. E’il momento di Pride, canzone molto amata che suscita sempre grande coinvolgimento per poi quietarsi nella riflessione e nel pensiero rivolto a Aung San Suu Kyi, leader dell’opposizione birmana agli arresti domiciliari da anni. Gli U2 le dedicano la soave MLK e, a seguire, la “sua” Walk On, la canzone che parla proprio di lei. Sulla passerella del palco salgono una quarantina di fan che indossano sul viso una foto della donna; lo stesso farà Bono al termine del brano. Dopo un intervento del Reverendo Desmond Tutu proiettato su questo maxischermo-alveare-ragnatela rivolto alla campagna di ricerca e raccolta fondi per la lotta all’aids, è il momento di Where the streets sulla quale l’entusiasmo è incontenibile: palco, prato, spalti in un tutt’uno di braccia e di mani che fremono. Forte e chiaro tuona il messaggio politico di Bono nei confronti di Berlusconi e dei leader impegnati nel G8 a L’Aquila: un’invettiva rivolta al premier colpevole di non aver mantenuto le promesse fatte in favore dei paesi più poveri. Bono non le manda a dire ma poi addolcisce la pillola con One. Ancora qualche minuto e l’atmosfera cambia del tutto: è il momento dell’encore che svela un look particolare per Bono. Arriva indossando una giacca ai cui contorni ci sono tante piccole luci, come a formare un unico filo luminoso. Parte Ultraviolet, perla del passato cantata stanotte in maniera densa, voluttuosa, su un microfono sospeso in aria, tondo… Bono ci si appende, come un disperato nel mare, come una persona in cerca di un equilibrio e intanto l’enorme puntale sul palco diventa una gigantesca stella: sulla palla da discoteca convergono i fari bianchi e la luce proiettata in ogni direzione è abbagliante ed emozionante. Le orecchie sono piene di melodiosi sogni fatti a lungo e stasera materializzatisi; gli occhi guardano ovunque e ovunque raccolgono stupore, emozione, passione… sembra un videoclip invece sta accadendo qui e ora; è un momento molto forte, forse il più forte di tutto il concerto.
Chiudono la serata Whit or Whitout you e Moment of Surrender; lo stadio è uno scintillìo continuo, si sente che è arrivato il momento dei saluti… le due ore sono volate via troppo velocemente nel turbine di musica, luci, colori e coinvolgimento di un pubblico davvero scatenato, nel miglior senso possibile del termine. Resta l’impatto emotivo molto forte per Ultraviolet e The Unforgettable Fire che proprio non ci si aspettava (se non leggendo le setlist di Barcellona); resta l’immagine di un Larry Mullen molto più coinvolto dallo show generale: ha imparato anche lui, il più schivo, a interagire di più con il pubblico e a mettersi in gioco cantando ed esibendosi al di fuori del suo spazio solito. Proprio lui, con la sua “estensione” Adam, è stato il fulcro di un concerto che per certi aspetti non è stato perfetto ma che come sempre ha saputo trovare la sua chiave di lettura più che degna. Bono più volte ha sfilato gli auricolari per ascoltare sbigottito il coro di San Siro e c’era davvero da rimanerne affascinati perchè, dalle vecchie alle nuove canzoni, il clima è stato rovente.
Ancora una volta l’impressione è che questa band, dopo 30 anni di successi, stia continuando nella direzione del divertimento, per il pubblico ma anche per loro stessi: sono molto complici, ridono tra loro, si capiscono al volo; c’è un gran senso di nuova leggerezza tra questi quattro ex-ragazzi di Dublino e questa sensazione forse deriva molto dall’atteggiamento di Larry che, notoriamente serio, musone e un po’ bacchettone, sembra aver trovato un nuovo modo di interazione con i fan.
La prima serata italiana degli U2, in definitiva, è stato un gran successo che per molti sarà anche scontato, data la grandezza del nome in sè per sè, ma che ha messo in gioco anche i difetti di questa band, regalando ai fan la perfezione dell’imperfezione.
Punteggio: 8



