Francesca Zanni, teatro tra donne e radici

Debutta il prossimo 12 Marzo (replica anche il 13) al Teatro Giullare di Salerno il nuovo spettacolo dell’attrice salernitana Beatrice Fazi, scritto e diretto da Francesca Zanni. La direttrice di FullSong, Anna Bruno, ha incontrato l’autrice per farsi raccontare il suo nuovo spettacolo “Cinque donne del sud” attraverso il mondo variegato del teatro e delle donne che lo animano.

Francesca ZanniFrancesca Zanni

Il ruolo delle donne nella società e nel teatro contemporaneo, il ritorno alle radici, l’importanza sociale dei testi in scena, sono i temi dell’intervista a Francesca Zanni, attrice, regista e autrice di teatro e TV.

Francesca, “cinque donne per cinque profili diversi” nel tuo nuovo spettacolo?

La cosa interessante, per me che l’ho scritto e per Beatrice (ndr Fazi) che deve interpretarle, è aver trovato in “Cinque donne del sud” ben cinque caratteri completamente diversi l’uno dall’altro, che stupiranno anche molto il pubblico. Cinque personaggi che sono diversi per impostazione, per inflessione dialettale e linguistica. Cinque donne diverse anche per l’epoca poiché andiamo dal 1887 fino ad oggi. Si nota proprio il passaggio delle epoche e dei costumi, fino ai giorni d’oggi.

Cinque donne diverse ma con qualcosa in comune?

In comune hanno il loro modo di rapportarsi all’universo femminile. Innanzitutto la maternità. Infatti è uno spettacolo di madri poiché una è madre dell’altra che è madre dell’altra, etc.. Quindi c’è tutto un discorso sui vari modi di affrontare la maternità attraverso gli anni e i secoli, visto che partiamo dalla fine dell’ottocento per giungere fino ad oggi. Poi sicuramente anche tutti quelli che sono gli altri aspetti come il lavoro, l’emancipazione femminile, il matrimonio come veniva visto in una società contadina e come viene visto adesso. Il tutto in tono anche leggero però con un sottofondo che ci fa riflettere su quelli che sono stati gli errori.

Tu sei autrice e anche regista di questo spettacolo. Restando sul discorso autoriale, come nasce questo spettacolo e perché hai scelto Beatrice Fazi ad interpretarlo.

In realtà questo spettacolo nasce al contrario, nel senso che con Beatrice ci conosciamo da oltre venti anni. Tuttavia non avevamo mai avuto l’occasione di lavorare insieme. Ci siamo riviste circa un anno e mezzo fa in occasione di uno spettacolo che siamo andate a vedere insieme. Nella circostanza Beatrice mi ha detto: “dovresti scrivere qualcosa per me” ed io immediatamente le ho detto “sì, lo faccio”. Siamo di fronte a quei rincontri che ti capitano nella vita, anche a livello umano, chiaramente. Così io ho scritto proprio pensando a lei. Questa è una cosa molto interessante per un autore, scrivere sapendo qual è l’attore o l’attrice che lo porterà in scena. Purtroppo spesso questo non succede e devi avere la fortuna di trovare qualcuno che dica: “si questo lo faccio io” oppure scrivi un testo e dopo trovi un cast. In questo caso è lei che mi ha chiesto il testo e io che l’ho pensato per lei.

Spesso l’attore si lascia scegliere da un regista ma quanto è importante che l’attore o l’attrice si fidi anche della bontà del testo?

E’ molto importante. Credo che la fiducia sia una delle basi per fare questo mestiere. Oltre all’idea di regia è importante che l’attore o l’attrice sposi anche il testo. Come autrice, devo dire, che io amo lavorare anche con gli attori che discutono il testo perché se una battuta non piace, l’artista deve essere libero di cambiarla. Non sono per niente legata ai miei testi. Modifico, taglio, cambio in corsa le battute se non funzionano. Quindi a me piace molto avere un confronto con gli attori propositivi.

Ritornando allo spettacolo. Tu sei una donna del centro Italia: come sei riuscita a scrivere di donne del sud?

In realtà queste donne partono dal sud e si sentono tutte del sud ma alla fine, per una serie di vicende legate all’emigrazione e ai vari approdi in città del mondo, anche se tornano a sud si trovano un po’ fuori posto perché tornano in una realtà che non appartiene più a loro.

Molti emigranti, tanti giovani che, in questo particolare momento, dopo la laurea non tornano più a casa. E così perdono le origini, le radici. Questo spettacolo va nella direzione del ritorno da dove si è partiti?

Certamente. Una delle battute finali dello spettacolo è proprio “bisogna sapere da dove si viene per sapere dove andare“.

L’Anteprima Nazionale a Salerno di questo spettacolo per Beatrice Fazi rappresenta un ritorno a casa?

Beatrice ha scelto di debuttare a Salerno, la sua città. E’ da qui che diversi anni fa è partita per approdare a Roma, dove vive, lavora e ha messo su famiglia. Tuttavia il ritorno a casa è sempre importante e Beatrice ha voluto fortemente tornare nella sua Salerno.

Violenza sulle donne, femminicidi, molestie sul luogo del lavoro, disoccupazione. Sono tanti argomenti al femminile che la cronaca ogni giorno ci riporta. Tra qualche giorno è l’8 marzo mentre il 25 novembre abbiamo ricordato la “violenza sulle donne”, giornata che nasce anche grazie al sacrificio delle sorelle Maribal, note con il nome di battaglia “Farfalle”. Che cosa può fare il teatro per le donne?

Ultimamente scrivo moltissimi personaggi femminili e, a parte un paio di cose che ho fatto, sono molto interessata a questi personaggi. Prima di questo spettacolo ho scritto un lavoro su una poetessa americana degli anni ’50 che parla di come ci si sente smarriti di fronte ad una società che non ti capisce. In particolare di come è difficile fare la poetessa mentre tutti ti vogliono moglie e madre. E’ una storia triste che passa attraverso un marito violento e genitori che abusavano su di lei. E come diceva Gian Maria Volontè, chi ha la fortuna di fare questo lavoro deve saper scegliere che cosa dire. Pertanto io credo che il teatro può fare molto perché ha una funzione sociale grazie alle storie di persone, anche lontane da noi, che noi possiamo cogliere e raccontare. Noi autrici donne, tuttavia, a volte veniamo considerate come quelle che parlano solo di storie al femminile. E invece non è sempre così anche se è importante far sentire la propria voce.

Nel teatro classico il ruolo delle donne non era molto importante. Qual è il ruolo della donna, invece, nel teatro contemporaneo?

In questo momento non vedo molta differenza tra le figure professionali, maschile e femminile. Tuttavia credo che le donne, per natura, sono portate ad essere più empatiche. Per esempio, i testi che scrivo io, colpiscono molto a livello emotivo sono meno cerebrali rispetto ad un testo scritto e diretto da un uomo. Questa è la mia esperienza in base anche al feedback del pubblico. E questo, piuttosto di vederla come una debolezza, la vedo come una forza cioè il fatto di essere capaci di emozionare e di toccare la sensibilità, i sentimenti e le emozioni. E poi le donne, per natura, sono più portate al dialogo. Anche tra di loro. E questo è una grande forza.

Anna Bruno

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