Irene Grandi, recensione di Alle porte del sogno

Irene Grandi con Alle porte del sogno riprende il suo percorso discografico di brani inediti. L’album è uscito in concomitanza con la sua partecipazione al Festival di Sanremo 2010.

Irene GrandiAlle porte del sogno è un album particolare poichè evoca sensazioni contrastanti ma intrecciate tra loro. Alla base di questo nuovo lavoro di Irene Grandi c’è un robusto sound elettronico che si lega con avveneristica

Alle porte del sogno è un album particolare poichè evoca sensazioni contrastanti ma intrecciate tra loro. Alla base di questo nuovo lavoro di Irene Grandi c’è un robusto sound elettronico che si lega con avveneristica riflessione sul sentimento che traspare da queste tracce: il mal d’amore.
Che non si pensi alla negatività, quanto piuttosto alla consapevolezza che anche l’amore finito e ferito può portare buone cose. Alle porte del sogno sembra essere il disco del risveglio e dell’amore maturo, anche per Irene stessa. L’album sembra scindersi tra due anime: quella riflessiva, espressa da canzoni lente e languide, e quella impetuosa, quasi a sottolineare l’urgenza dell’espressione di sentimenti. Alle porte del sogno ha il sapore della scrittura in piena notte, come appare dalle canzoni La cometa di Halley, Greensburg e Alle porte del sogno. La prima, presentata a Sanremo, ha tutto il sapore della novità, con influenza evidente della penna di Bianconi dei Baustelle. Alle porte del sogno spalanca le braccia all’ascoltatore regalandogli carezze e graffi di sintetizzatori che si amalgamano alla forza del sentimento. Bello il ritmo e il senso di rivalsa di una voce che dosa perfettamente grinta, dolcezza e armonia. Greensburg continua a tracciare il percorso stellare, rimbalzando l’attenzione su più livelli sonori, con agile e amabile equilibrio.
Ancora un “trittico” di sensazioni simili con Intendevi, Ma e Onde Nere. Sono tre pezzi più rilassati, più calibrati emotivamente. Onde Nere sottolinea la necessità di verità poichè, come esprime il pezzo, le bugie in amore non portano lontano: è una canzone intimista, densa e sensuale.
Intendevi ha un’aria soft, come la luce di una candela che accoglie l’alba dopo una notte insonne. La drum machine in sottofondo accoglie piano e chitarra acustica, facendo scoprire il senso dell’intero album: l’amore può essere un percorso doloroso ma stavolta non è portatore di rancore.
La canzone Ma sembra la logica continuazione di Intendevi, con un ritmo rock in crescendo, come una giornata che sta per iniziare. L’amore che viene e che va, invece, è decisamente diversa, con un cambio ritmo che si concretizza in pensieri e parole a raffica; tutto synth, come un tuffo negli anni 80/90. Anche Strada sterrata spicca per differenze dai primi due blocchi, sebbene ne illustri le due personalità visto che vi si ascoltano ritmo e calma, pop e lirica, rap e ancora pop, in un continuo rincorrersi. Tutti più felici è la canzone dell’attualità dal piglio sarcastico e disilluso per una riflessione: i fatti si accavallano, le cose si susseguono e i sentimenti veri che fine hanno fatto?!
Mi manca, invece, suona già sentita, probabilmente è la canzone più debole dell’album, seppur scivoli senza infamia (ma anche senza lode).
L’ultima traccia è Stai ferma e mai finale è stato più azzeccato: riconoscibile il tocco d’autore di Curreri degli Stadio che impreziosisce il percorso musicale di questo album, intrecciato però al percorso personale di Irene Grandi. C’è matura speranza in questa canzone dal ritmo gentile ma ben presente, una delle tracce più riuscite e belle, per giunta anche accattivante e radiofonica.
In conclusione, Irene Grandi consegna Alle porte del sogno ad uno dei capitoli più brillanti e sostanziosi della sua storia artistica.

Punteggio: 8


Stefania Bochicchio

Clicca su una stella per votare!

Voto medio / 5. Voti:

Se vuoi rimanere aggiornato su Irene Grandi, recensione di Alle porte del sogno iscriviti alla nostra newsletter settimanale