Il ritorno della figura dei grandi autori italiani: intervista a Gae Capitano

Gae Capitano, il raffinato autore che con la sua penna profuma le parole con effervescenza sottile ed elegante, ricalcando con umiltà le orme dei grandi autori italiani, da Mogol a Fossati, da De Gregori a Fabrizio De Andrè si racconta a FullSong.

GAE CAPITANOGAE CAPITANO

Benvenuto tra le pagine di FullSong, inizio subito con il chiederti, quando hai cominciato a scrivere?
Grazie a te e FullSong per ospitarmi. Scrivere canzoni è una particolarità che mi accompagna da sempre, da molto prima di saper leggere e scrivere

Un dono quindi. Quale percorso artistico ti ha portato a seguire?
Lo studio di uno strumento musicale, per iniziare. E poi una serie di incontri, avvenuti o cercati, con quelli che sono stati i miei mentori e insegnanti.

Chi sono stati e quanto ti hanno influenzato?
Ho studiato chitarra classica con un grande musicologo italiano: Giuseppe Capone. Intorno ai quindici anni, ho intrapreso lo studio degli aspetti commerciali e legali del mondo della musica con il maestro Benny Fiorito, musicista di Frank Sinatra. Successivamente è iniziato il mio percorso professionale di scrittore di canzoni e in studio di registrazione con i consigli dei maestri Silvano Borgatta (Phil Collins, Ivano Fossati, Stadio, Lucio Dalla, Renato Zero) e Roberto Puleo ( Goblin, Gianni Togni, Riccardo Fogli, Angelo Branduardi), personaggi diversi tra loro- l’aspetto migliore dell’insegnamento che ho ricevuto- ma per mia fortuna grandissimi professionisti, ancora oggi.

Dai risultati è innegabile: Primo Classificato Premio Panchina, Resto del Carlino; Menzione speciale Premio Sergio Endrigo; Finalista ADM Award e Grammy della Canzone D’Autore; Miglior Composizione al Festival Internazionale GreenNote; Primo Classificato come Autore per il contest Usong, Premio Miglior arrangiamento al Festival delle Arti e tanti altri. In ordine di tempo: Finalista al Premio De Andrè e Primo Classificato al prestigioso Premio Lunezia Autori, uno dei più importanti riconoscimenti della musica italiana. Quale premio ricordi con più affetto?

[Ride] Domanda difficile, Alba: ogni premio ha un suo percorso di lavoro, delusioni e sogni. Come ammiratore dell’incredibile lavoro artistico dell’indimenticato Faber, è stato emozionante essere scelti dal Premio De Andrè e conoscere Dory Ghezzi, persona solare e splendida. Mentre, come autore, Il Premio Lunezia e il Premio Tenco sono due palcoscenici su cui tutti gli addetti ai lavori vorrebbero una volta nella vita salire. Ricordo quindi con particolare affetto la professionalità e la bella atmosfera del Premio Lunezia e il suo grande team di professionisti: il Patron Stefano De Martino , il critico musicale Paolo Talanca, il direttore artistico Loredana D’Anghera.

Quali concorsi consiglieresti a chi volesse mettersi in gioco come artista?
Premio Lunezia e Premio De Andrè su tutti. Ma ci sono molte realtà serie e interessanti come Il Premio Bindi, Il Tour Music Festival, Area Sanremo, Duel Cantautori a Confronto, Premio Bianca D’Aponte e tanti altri.

Molti artisti criticano il fatto che dopo aver vinto un premio non siano poi stati supportati dall’organizzazione nel loro percorso artistico
Se pensi –erroneamente- che un Premio sia un agenzia di collocamento puoi avere questa impressione. I Premi sono organizzazioni che riconoscono il lavoro che stai facendo in quel momento, e servono ad indicarti se la strada artistica che stai seguendo và nella giusta direzione. Alcuni sono più attenti di altri a questi aspetti, comunque: Il contest Duel di Federico Sirianni e Tiberio Ferracane manda i vincitori automaticamente al Mei, al Premio Bindi, al Reset festival. Il Tour Music Festival e le nuove edizioni di Area Sanremo organizzano nel loro iter l’incontro con tanti professionisti del settore che si confrontano con i ragazzi. Il Lunezia ha tutta una serie di iniziative di grande pregio per i vincitori, dalla partner-ship con la Nazionale Italiana Cantanti, alle collaborazioni con professionisti o la possibilità di aprire i concerti di big come Fabrizio Moro. Personalmente dopo aver vinto Il premio Lunezia sono stato invitato dalla direzione del Festival alla Camera dei Deputati di Montecitorio con Ron.

Sei conosciuto dagli addetti ai lavori come un raffinato autore di testi. Ti emozionano ancora le parole?
Emozionarsi per qualcosa che leggi è un processo che non hai sotto controllo. Spero di non perderlo mai. Altrimenti significherebbe essere stati travolti dall’atrofizzazione dei sentimenti, uno dei mali sottili della nostra società. Per fortuna alcune poesie dell’”Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters, dei passaggi dell’”Ulisse” di James Joyce o “Il testamento di Tito” di De Andrè mi fanno sentire piccolo e mi lasciano ancora un senso di riverente stupore.

Hai scritto per il Disco di Platino e Finalista al Premio Tenco, come miglior album italiano 2014, “Il Padrone della Festa” di Fabi Silvestri Gazzè la meravigliosa “Il Dio delle Piccole Cose”. Com’è nata questa collaborazione?
Nel 2013 il maestro Maurizio Fabrizio mi ha scelto come miglior autore per un contest indetto dal portale discografico Usong di Adrian Berwick e Diego Calvetti, una selezione tra autori durata sei mesi. Ho scritto questo brano per lui. E’ stato notato da Berwick e da Giampaolo Lilo Rosselli che l’ha segnalato a Francesco Gazzè e Max Gazzè, che lo hanno elaborato e trasformato nella piccola gemma inserita poi nell’album “Il Padrone della festa”

Arriviamo ad oggi con la splendida “Tabula Rasa”, l’intrigante e sensuale canzone contenuta nel nuovo album di Ilaria Porceddu, di cui sei autore con Francesco Gazzè e Ilaria. Come è nata questa poesia in musica?
E’un testo nato durante una sessione di studio con Tony Bungaro (Autore di Fiorella Mannoia, Mengoni, Marrone, Ferreri & …) lo stesso con cui ho poi vinto il Premio Lunezia Autori, rielaborato e musicato da Ilaria e Francesco. Ilaria ha saputo enfatizzare le difficili sfumature del testo con la sua scrittura musicale e la sua splendida voce.

Il testo è stato notato da due dei nostri più importanti ed esigenti critici musicali italiani: Mario Luzzatto Fegiz -che lo ha segnalato sulle pagine del Corriere della Sera del 13 Aprile, versione cartacea nazionale- e da Michele Monina, che ha parlato delle qualità autorali dell’ album sul Fatto Quotidiano e di “Tabula Rasa” in un articolo su Linkiesta il 26 Aprile. E’ raro che due professionisti così influenti spendano parole sul testo di una canzone.
E’ vero; infatti è stato un bel regalo, inaspettato.

Quali consigli ad un giovane che volesse intraprendere il cammino dell’autore?
Non permettere mai a nessuno di dirti che non puoi farcela. Credere in se stessi ma al tempo stesso ascoltare, confrontarsi, provare nuove strade. Tutto con estrema umiltà. E principalmente non incazzarsi troppo.

Percorso difficile quindi?
Come tutti i percorsi che contano qualcosa nella nostra vita.

Nel tuo hai trovato tanti ostacoli?
“Solo” ostacoli [ride]; forse la regola è ricordarsi che l’ambiente dello spettacolo è come tutti gli altri ambienti di lavoro e che quando sei di fronte ad un grande artista che ammiri non significa necessariamente trovarsi di fronte anche ad una bella persona. In ogni caso ho avuto la fortuna di incontrare sul mio cammino seri professionisti che amano il loro lavoro, che mi hanno regalato la loro esperienza e i loro consigli: Tony Bungaro, Adrian Berwick, Giampaolo Rosselli, Andrea Amati, Pasquale Morgante, Danilo Ballo, Mogol. Senza dimenticare Francesco Gazzè che è stato uno dei primi a credere nel mio lavoro e al quale sarò sempre grato.

A proposito, come sono Max Gazzè, Francesco Gazzè, Niccolò Fabi, Daniele Silvestre e adesso Ilaria Porceddu e il suo team di lavoro?
Affettuosi

Parlavamo di percorsi: quanto conta lo studio nell’attività di uno scrittore di canzoni?
Si può anche scrivere e comporre senza studi specifici. Il mio diploma di chitarra classica e il mio master di tecnico del suono mi servono più che altro per parlare lo stesso linguaggio dei musicisti e fonici con cui lavoro. Ho sempre amato però la massima che dice: “chi non studia è propenso a credere a quello che di sbagliato dice chi ha studiato”, quindi, personalmente, continuo ad approfondire ogni aspetto tecnico, magari non in modo didattico, ma applicando i consigli dei colleghi con cui collaboro.

E le collaborazioni non si contano, hai scritto canzoni con grandi autori del mondo della musica italiana: Massimo Bizzarri (Mina, Cocciante), Daniele Dall’Omo (Paolo Conte), Gennaro Scuotto (D’Alessio, Da Vinci, Finizio), Dario Arianti (Francesco De Gregori), Angelo Valsiglio (Pausini, Oxa), Angelo Anastasio (Bocelli). Con quale autore ti piacerebbe collaborare nella stesura di una canzone?
Sono cresciuto con gli aneddoti raccontati dal mio maestro Roberto Puleo -che faceva parte degli strumentisti di Branduardi – sulla professionalità, sensibilità artistica e genio musicale del Maestro Maurizio Fabrizio. Poter scrivere con lui è stato uno dei miei grandi sogni realizzati.

Un’icona inarrivabile?
In realtà uno degli artisti più gentili e umili che abbia mai incontrato. Certo, quando sei di fronte al lui e ti sfiora il pensiero che ha scritto capolavori come “I Migliori anni della nostra vita” o “Almeno tu nell’Universo”, sentirsi un piccolissimo dilettante alle prime armi è inevitabile.

Se potessi scegliere, a quale artista faresti cantare un tuo pezzo?
Ho una predilezione per le voci femminili tecnicamente virtuose, viste come strumenti pregiati per eseguire la musica che scrivi: quindi Mina, Giorgia, Tosca, Mezzanotte. E amo quegli interpreti che hanno il dono del racconto, la capacità di portarti nella storia quando interpretano una canzone: Fiorella Mannoia, Renato Zero, Francesco De Gregori, Ron, Paolo Conte.

Da tre anni sei opinionista per SanremoNews sui testi del Festival di Sanremo, in una squadra che quest’anno vedeva come tuoi colleghi Mariella Nava, Tullio De Piscopo, Gerardina Trovato, Andrea Mingardi, Beppe Dettori. Cosa pensi del Festival?
Il Festival di Sanremo è il Monopoli delle case discografiche, ma rimane uno dei palchi migliori su cui pubblicizzare il proprio lavoro. Fortunatamente nelle ultime edizioni si sono esibiti artisti interessanti e la vittoria di Gabbani (dello scimmione sul palco, in realtà), ha stravolto i suoi stessi meccanismi.

Che periodo sta attraversando la musica italiana?
Un periodo particolare, di stasi. Siamo di fronte ad un processo di fabbricazione di massa della musica pop, negativo, e una rinascita del senso delle parole rivalutate dai testi della musica rapper, positivo. E’ un momento storico che potrebbe porre le basi per ripartire verso la ricerca di una musica più colta e attenta ai significati e una riscoperta degli artisti intesi nuovamente come portatori di emozioni e pensieri.

Un tuo parere a questo punto sui Talent Show, è vero che stanno rovinando la musica?
Considero il percorso dei talent alla stregua di un catalizzatore chimico: accelera il processo, ti fa saltare anni di gavetta e ti proietta immediatamente all’attenzione del grande pubblico. Fino a qui ben vengano. Ma poi di fronte alle persone ti lasciano solo: devi dimostrare di avere talento, delle canzoni, dei progetti a cui hai lavorato. E a quel punto se hai poco da dire -semplicemente perché hai vent’anni e non hai ancora dedicato alla costruzione dei tuoi sogni le giuste ore di lavoro, esperienze, delusioni e mancato sonno – vieni stritolato dal meccanismo veloce della televisione, che ha già pronto un altro per prendere il tuo piccolo posto. Penso che negli ultimi anni i talent ci abbiano regalato qualche artista interessante ma ne abbiano bruciati tantissimi altri, altrettanto meritevoli.

Per finire vuoi anticipare qualche novità in anteprima assoluta?
In questi giorni sono in studio di registrazione con dei musicisti straordinari che hanno scritto la storia della musica italiana e da alcuni anni ho la fortuna di poter fare ascoltare quello che scrivo ai professionisti. Ma nel mestiere dell’autore ci sono due percorsi separati: la meraviglia eterea della creazione di una canzone e l’atto concreto che la canzone sia pubblicata in qualche disco importante, permettendogli di farsi ascoltare da un grande pubblico . Percorsi che dovrebbero semplicemente collimare in modo naturale. Ma non è assolutamente così. Mi accontento quindi del dono della prima parte del percorso e accolgo sempre come un piccolo miracolo la seconda possibilità.

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