Radici salde e foglie al vento: Ilaria Porceddu racconta ‘Di questo parlo io’. «Ogni canzone è un colore». Intervista

Quella che si presenta alla stampa milanese in un tiepido giorno di aprile è un’artista che mescola in sé l’emozione di un ritorno a quattro anni dal precedente album e, insieme, l’entusiasmo di raccontare se stessa attraverso nove inediti che tratteggiano un percorso – personale e discografico – costruito passo dopo passo. Ilaria Porceddu sale sul palco per regalare un assaggio del nuovo progetto, “Di questo parlo io”, disco in uscita, il 7 aprile (LineaDue / Pirames International) di cui racconta anche genesi e ragioni.

Ilaria PorcedduIlaria Porceddu

E in questa giovane artista dalla voce che sa accarezzare chi l’ascolta ritroviamo, qualche anno dopo In equilibrio, la medesima grazia ed eleganza unite a quel tocco sognante che l’aveva distinta nel lontano 2008 a X Factor. Classe 1987, Ilaria ha voluto anticipare il progetto scegliendo come primo estratto il singolo Sette cose, traccia che suona nelle radio dal 31 marzo e che si configura come carta d’identità artistica sincera per introdurre al discorso personale dell’album.
Difetti e pregi, fragilità e vizi, amori e sentimenti sono il tessuto dei nuovi brani che la Porceddu ha cesellato durante i mesi di lavorazione insieme a squadra di primo livello.

Ilaria, quattro anni di scrittura e di vita per arrivare a “Di questo parlo io”: che percorso racconti in questo lavoro?
Devo dire che a livello umano sono stati quattro anni intensi e, ammetto, di sentire anche un po’ di tensione oggi trattandosi di un progetto che ha impiegato così tanto tempo per vedere la luce del sole. Quando succede, non sei più abituata: in questo periodo ho fatto anche teatro, ho scritto e registrato con i miei tempi; ora ci sono compiti ben definiti da svolgere. La costruzione dell’album è durata di fatto tre anni, dal 2014, e ho avuto la fortuna di incontrare Francesco Gazzè con cui ho iniziato a mettere in piedi questo disco anche attraverso una conoscenza reciproca. In questo lavoro c’è tanto della mia vita.

E che Ilaria troviamo nell’album?
Ho cercato di portare il mio punto di vista di donna più cresciuta e consapevole. Non è presunzione, voglio solo raccontare un po’ di me e di cosa è successo: torno per dirlo.

In questa tua crescita, quanto sono state importanti le radici – culturali e affettive – e quanto è costitutivo il legame con la tua Sardegna?
Penso che, quando cambi, hai necessità di mantenere quelle radici che non ti fanno dimenticare chi sei; e, in fondo, non è un cambiamento ma un’evoluzione. La mia fortuna nella vita è avere radici ben salde sia dal punto di vista degli affetti famigliari sia concretamente ancorate alla mia terra ed è quello che mi fa ricordare sempre chi sono, anche nei momenti difficili. Da dieci anni vivo a Roma ma succede che, a un certo punto dell’anno, arriva il mal di Sardegna e allora torno a casa.

In “Di questo parlo io” ci sono anche due brani in lingua sarda: c’è lo “zampino” dell’influenza di De André in questa scelta?
Da sempre De André è il mio padre spirituale; sono cresciuta ascoltandolo e suonandolo, come punto di riferimento per raccontare la vita in musica senza giudizio e con passione. Ho deciso proprio di aprire album con un pezzo sardo nato da un’idea pianistica e diventato canzone per raccontare le radici, la natura, libertà della purezza nell’essere se stessi. Mi sono confrontata con Alessandro Carta che ha scritto un testo dalla bellezza straordinaria, che coglie la femminilità anche nel titolo e non a caso, in sardo, il termine albero diventa di genere femminile; il simbolo di questo disco è, nella mia mente, proprio un albero: mi sento così, radicata ma con le foglie al vento.

Il primo singolo che ha anticipato il progetto è Sette cose: perché hai scelto proprio questa traccia?
Sette cose era necessariamente il primo singolo del disco perché è un concertato di quello che è descritto nell’album, anche in termini di sonorità. Considero questo disco un lavoro pop d’autore e il brano lo rappresenta bene, con un contenuto che è una via di mezzo tra la leggerezza dell’amore e la sofferenza di un sentimento. Rispetto, per esempio, a Di questo parlo io è più speranzoso e volevo aprire, appunto, le porte di questo disco con un po’ di speranza.

Impossibile non chiederti del duetto con Max Gazzè: come è nato?
Nel 2013 ho aperto i suoi concerti e, da allora, siamo rimasti in contatto in virtù di una stima reciproca; anche quello con Max è stato un incontro felice. Abbiamo lavorato in maniera molto naturale: semplicemente gli ho mandato i miei provini di Tu non hai capito piano e voce e lui ha dato il suo contributo.

Nelle canzoni di questo album emergono con forza due figure femminili, quella di Lisa e quella di Eva: ce le presenti?
La canzone Eva è il racconto della storia di mia nonna Luisa, che pur essendo sempre nei miei lavori, non è mai stata protagonista di un pezzo e ho deciso di portarla in questo disco. È un brano che ho scritto in mezz’ora di getto e che sento proprio di cuore; lei è per me l’emblema della donna forte, anziana ma molto più avanti di tanti cinquantenni o giovani di oggi. E il filo conduttore con l’altra traccia dedicata a una donna, Eva si fa fare, è la libertà. Eva è una ragazzina dal sorriso semplice, alla ricerca della verità e della felicità vera, che è di pochi; questo suo essere libera viene troppo spesso preso come eccesso di spregiudicatezza.

Nella grafica di copertina e del booklet due sono i colori prevalenti, rosa e azzurro: come mai?
Guarda, per me ogni canzone di questo disco ha un colore che ho ben in testa; per esempio, Eva è rosso mentre Sas Arvures è azzurro come il cielo. Quindi, il rosa – che sinceramente non è tra i miei colori preferiti – insieme all’azzurro rappresentavano gli opposti e da quando sei piccolo il rosa è femmina e il blu è maschio. Sono colori forti ma molto vivi, quindi erano giusti per raccontare un tocco di vivacità e novità.
Il nuovo resta comunque sempre ben ancorato, visto che la tua Sardegna torna anche nel costume che indossi in foto…
Questo lavoro vuole proprio unire le radici al ballare per aria e vedo, forse, quasi un equilibrio oggi: da una parte l’abito sardo che mi rappresenta e dall’altra i capelli sciolti al vento a differenza della tradizione che li vorrebbe legati. È un mix di sensazioni in c’è il riconoscimento di un’evoluzione, di una consapevolezza.

In quest’evoluzione, l’esperienza teatrale che traccia ha lasciato nel nuovo disco?

In realtà, io ho sempre scritto brani che hanno la sembianza di colonne sonore, a partire da idee pianistiche eteree e sognanti che, attraverso, gli autori con cui collaboro prendono la forma di canzone. Quindi, l’esperienza del teatro e del cinema sono state un approdo naturale, come se quello che in fondo sono sempre stata, senza filtri o modifiche, fosse riuscito ad arrivare alla sua forma ideale. Anche quello è arrivato perché doveva arrivare, era giusto così.

A che tipo di pubblico vorresti arrivare oggi?
Non saprei sinceramente, posso dire che il pubblico che vorrei – e che ho sempre amato – è quello che ha voglia di ascoltare e sa aspettare. C’è bisogno di non sentirsi solo dire “ascolto di tutto, quello che passa la radio”; no, devi avere un’idea precisa perché questo significa credere in qualcosa. Oggi c’è troppa offerta che porta ogni giorno un’informazione diversa per cui non facciamo in tempo ad ascoltare con attenzione. Servono costanza e perseveranza insieme al tempo per assimilare le cose.

Oltre ai due showcase in programma, sono previsti concerti a breve?
Ci saranno live in estate e vorrei fare qualcosa che non sia un concerto tradizionale per rappresentare tutti i colori di cui ti ho parlato. Ogni pezzo sarà supportato da video installazioni con immagini che prenderanno vita a seconda delle onde sonore che arriveranno dalle canzoni. Sarà uno spettacolo con tanti colori.

La tracklist di Di questo parlo io:
1.Sas Arvures
2.Eva si fa fare
3.Di questo parlo io
4.Tu non hai capito
5.Tabula rasa
6.Sette cose
7.Lisa
8.C’est l’amour
9.Lu cor’aggiu

Dopo l’anteprima milanese del 6 aprile, Ilaria Porceddu presenta al pubblico “Di questo parlo io” il 13 aprile a Roma presso Na Cosetta (Via Ettore Giovenale, 54/A – ore 18.00).

Paola Maria Farina per FullSong

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