Margherita Zanin: l’esordio si intitola “Zanin”

Prodotto da Roberto Costa, già produttore di Dalla, Ron, Carboni e tanti altri, esce l’esordio di una giovanissima cantautrice, già in gara ad Amici nell’edizione del 2013.

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Lei è Margherita Zanin e in questo esordio omonimo di 8 capitoli di cui una cover prestigiosa come “Generale” del Principe, esiste un filo conduttore che è l’America on the road e non propriamente quella dei giorni antichi…piuttosto sono molteplici le chiavi di lettura digitali che teletrasportano un antico sapore di folk a modernissime impalcature di pop europeo.
In brani come “Joe’s Blues” si spolverano a pieno gli stilemi del blues classico e, passando anche per tinteggiature gospel qui e ala, direi che abbiamo citato a pieno quella che è la matrice delle ballad della Zanin.
Messo da parte il capitolo italiano con il singolo di lancio “Piove”, introspettivo, davvero umido di pioggia cittadina, un folk urbano dalle fatture digitali (ripeto)…e scavalcato l’omaggio a De Gregori di cui forse non se ne sentiva bisogno, il disco vira totalmente e oltrepassa i confini nazionali arrivando finalmente a dare quel che di magico aveva dentro. La prima fotografia di aria libera e di spruzzate di “hammond” è la bellissima “Feeling Safe” che ti culla con queste chitarre acustiche e una melodia larghissima e un drumming classico come nel più qualitativo dei mestieri.
La successiva “I Must forget” quasi riporta alla luce un’Adele se solo fosse stata più orchestrata. Di certo credo sia il capitolo meno affascinante del disco, sarà anche per il mio poco appeal con sonorità che inneggiano a scenari “epici” e notturni.
Un po’ come il singolo “Piove” in fondo che non avrei certo scelto come lancio…ma poi il disco torna a viaggiare su pickup di ferro e route che non vogliono confini. “Travel Crazy” spolvera anche quel buon rock alla “Bad Company” (virgolette doverose) se non fosse per l’inciso che poi si digitalizza troppo (purtroppo)…per i miei gusti sempre.
Continuando ed evitando sterili commenti che sembrano sempre inadeguati per rinchiudere un’opera così importante in poche righe, l’esordio della Zanin è un lavoro prezioso di musica “colta” che forse cerca il bello in dettagli assai poco commerciali per quanto il suono vada a cercare quel tipo di linguaggio. Troppa America o forse troppa Italia…sinceramente non ho ancora ben digerito il perché di questi due brani in lingua madre come non ho ancora ben capito che ci fa De Gregori in un disco che, radici di blues a parte, sembra solo citare per ufficio e di sguincio un certo folk-rock che ha fatto eterno il menestrello Zimmerman.
Un buonissimo ascolto, un disco che fa dire “finalmente!!!”…isole felici in questo scenario italiano assai mediocre…a tutto gas!!!


Alba Cosentino

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