Fabrizio De Andrè, indimenticabile Faber

Non c’è poeta e cantautore contemporaneo più affascinante e ancora attuale di Fabrizio De Andrè; lo testimonia in maniera evidente il fatto che, a dieci anni dalla sua morte, moltissima è l’attenzione – mai sopita – sull’estro, l’arte e la personalità di un compianto illustre genovese.

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Era l’11 gennaio 1999 quando Fabrizio De Andrè morì all’Istituto dei tumori di Milano, dove era ricoverato per via delle ultime conseguenze del tumore ai polmoni che l’aveva colpito rendendogli impossibile continuare ad esibirsi.

Saggio, dalla voce profonda e accattivante, poeta conoscitore di vizi e virtù umane, Faber è stato ed è ancora la bandiera di una certa contestazione dal tono pacato ma dallo spirito pungente; eppure, malgrado tanta veemenza e tanto coraggio, De Andrè era un timido, timoroso del suo stesso pubblico, impaurito dall’effetto palcoscenico. Anni di concerti, luci basse, nuvole di fumo attorno a sè e qualche sorsata d’incoraggiamento rendevano il suo spirito meno schivo davanti al suo pubblico, contribuendo anche a formare allure attorno alla figura dell’artista.

Come egli stesso spiegava: Il canto deve in qualche maniera avere come obiettivo quello che anticamente aveva la musica cantata ch’era di far guarire le persone. Quindi deve emozionare e un certo timbro, un certo tono di voce, può essere emozionante, può essere evocativo, può far immaginare di più di un tono piatto, di un timbro metallico. La mia voce poteva essere una voce da sciamano, tanto per farmi capire, dunque mi ha aiutato moltissimo. Che talvolta poi ne abbia approfittato anche in maniera sgradevole questo è altrettanto vero, nel senso che ho esagerato col colorire con note basse dove non ce n’era assolutamente bisogno, proprio per narcisismo, per far sentire proprio queste basse, per sedurre (soprattutto me stesso).”

De Andrè è forse uno dei pochi artisti meglio presenti nella memoria e nella storia collettiva d’Italia; questo è tanto più vero quanto strano poichè non si tratta di musica esattamente nazionalpopolare, nè di tematiche leggere, tantomeno di pezzi immediatamente orecchiabili, eppure il mito De Andrè non sfugge alla conoscenza largamente diffusa.
Complice una metrica delle canzoni estremamente affascinante o la voce così confidenziale e pregnante di significato, perfettamente avvolgente di suoni e parole. Complice il suo schierarsi in battaglie politiche e sociali e il saper filosofeggiare in musica di tutto e del contrario di tutto, sempre però in maniera assolutamente coerente.

In De Andrè c’è la vita, la politica, la polemica, l’incubo, il sogno, il perfezionismo, il ragazzo di strada, l’aristocratico, la donna che fa la vita, il drogato, lo spirituale, l’emarginato, il lavoratore onesto, il credente, il senza Dio… nell’arte di Faber c’è tutto l’ampio spettro di personalità ordinarie, mediocri, bizzarre, straordinarie.

Uno chansonnier francese, un poeta genovese, un cantastorie cosmopolita e contemporaneo: non c’è possibilità di racchiudere la personalità di De Andrè in qualche riga.
Il suo segreto è stato il saper parlare con tutti: tanto all’intellettuale, così affascinato da concetti profondi e ben espressi, quanto all’umile, immediamente vicino alla semplicità delle canzoni di Faber.

Non è mancata la sua riflessione sul tema della morte, non solo in generale, ma proprio in merito alla sua dipartita: “Perché scrivo? Per paura. Per paura che si perda il ricordo della vita delle persone di cui scrivo. Per paura che si perda il ricordo di me. O anche solo per essere protetto da una storia, per scivolare in una storia e non essere più riconoscibile, controllabile, ricattabile.
In questi ultimi tempi ho ripreso a studiare la chitarra. Mi ci sono dedicato praticamente tutti i giorni. Certo, non riprenderò più la mano che avevo a ventidue anni, però non la voglio mollare più, anche perché in fin dei conti è una buona compagna, forse una delle più fedeli. Se la molli un attimo ti fa subito i musi e ti manda a fare in culo, così sei costretto a dei recuperi umilianti, molto più umilianti di quanto si debba fare con le donne.
Io credo che il giorno in cui avrò paura della morte, e vorrà dire che ci comincio a pensare, sarà perché sono diventato finalmente adulto e allora questo significherà che sono prossimo a morire.
Ho più della mia età, ho avuto tempi di invecchiamento più corti della media, forse perché non ho mai rifiutato nessun tipo di esperienza.
Ho sempre impostato la mia vita in modo da morire con trecentomila rimorsi e nemmeno un rimpianto“.

Speriamo sia andata proprio così.

Le parole di Fabrizio De Andrè sono tratte dal sito della Fondazione De Andrè


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