Chester Bennington e il male di vivere di una generazione rock

Il suicidio di Chester Bennington, leader dei Linkin Park, ha scosso e non poco il mondo della musica e non solo.

Chester BenningtonChester Bennington

Il mondo della musica rock ha perso un’altra delle sue stelle più luminose: Chester Bennington, leader dei Linkin Park, trovato senza vita nella sua abitazione a Los Angeles. Il cantante si è impiccato, proprio come Chris Cornell e tra l’altro proprio nel giorno in cui quest’ultimo avrebbe compiuto gli anni. Ricordiamo che i due erano molto amici e nel maggio scorso, in occasione dei funerali, Chester aveva intonato per lui Hallelujah di Leonard Cohen, scrivendogli poi una lettera in cui raccontava tutto il suo dolore che la sua perdita comportava. Chris rappresentava per lui un punto di riferimento e, chissà, magari è stata proprio questa tragedia a spingerlo ulteriormente verso gli angoli più oscuri della sua mente, quelli dove si annidava, bastarda, la depressione.
L’infanzia di Chester era stata difficile, aveva subito abusi e il trauma l’ha sempre accompagnato negli anni, facendolo cadere spesso nei pericolosi tunnel della dipendenza. La musica, lo diceva sempre, l’aveva salvato e di certo l’amore non gli è mai mancato: era stato sposato due volte ed era padre di sei figli.
Però a quanto pare tutto questo, ad un certo punto, non è più bastato. Ovviamente noi non possiamo sapere cosa provasse, ma di certo in lui non c’era un vuoto, bensì una voragine che non gli ha più permesso di andare avanti. Un male di vivere che, purtroppo, sta segnando dolosamente una generazione rock piena di talento.

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