Intervista agli Sprained Cookies per FullSong, a tutto folk rock

Gli Sprained Cookies sfornano un EP composto da cinque brani, “Deliverin’ the feathered one“, che strega lasciando senza fiato. Piero Vittoria ne parla con il duo romano, in questa intervista che approfondisce i momenti di creazione dei brani, le ispirazioni e l’effettiva resa dei pezzi dell’album.

Grande protagonista la magnifica voce di Cecilia Frusciante che incontra le sonorità accattivanti, semplici, a volte morbide a volte più aggressive e graffianti delle chitarre di Corrado Maria De Santis. È spesso facile gridare al

Grande protagonista la magnifica voce di Cecilia Frusciante che incontra le sonorità accattivanti, semplici, a volte morbide a volte più aggressive e graffianti delle chitarre di Corrado Maria De Santis. È spesso facile gridare al capolavoro, ma qui siamo di fronte veramente ad un prodotto di quelli che ammaliano.
Ognuna delle tracce presenti in Deliverin’ the feathered one è un mondo a sé stante, seppur il filo conduttore è sempre il folk rock: il momento migliore? Difficile giudicare perché questo lavoro va preso nella sua totalità con la consapevolezza di avere far le mani un vero gioiello. Ecco l’intervista per FullSong realizzata da Piero Vittoria.

Piero Vittoria: Mi piace cominciare questa intervista dicendovi subito dal fatto che questo vostro EP mi ha lasciato senza fiato! Come nascono le cinque tracce che lo compongono?

Sprained Cookies: E’ sempre difficile per me spiegare a parole come nascono dei pezzi, cercherò di spiegarmi al meglio. Credo che per Corrado sia lo stesso, per me è una questione di esternare la mia  essenza e per parlare di essere la somma più naturale è l’insieme del vissuto, del sentire e del gusto musicale. Un turbine del tutto che viene fuori nel momento in cui la chitarra viene a
prenderti nel tuo corpo. A volte ti prende per i capelli, a volte ti guida. Fondamentale è per
me la ricerca dell’io e delle sonorità più viscerali. Io e Corrado siamo diventati amici senza
conoscerci a fondo, è bastata la condivisione della sintonia, infatti, i pezzi nascono senza
forzature o lungo studio, nascono come una gravidanza, senza i nove mesi ma con tutto il
dolore di un parto!

P.V.: Perché questo titolo?
S.C.: Deliverin’ the sacred feathered one nasce da un altro parto naturale, sono da sempre
affascinata dalle culture dei vecchi popoli, avevano uno stile di vita e dei principi che attualmente sono morti e sepolti da un finto modo di vivere. Gli indiani trovavano nel loro percorso il proprio animale/spirito guida, un pomeriggio Corrado mi chiese di decidere per un titolo e proprio durante la notte, per la prima volta, in sogno mi venne incontro il mio animale guida.
Al risveglio non potevo crederci di averne uno anche io che non sono di discendenza indiana, almeno non che io sappia! Quindi, il significato del titolo, perfetto, liberare, partorire, un nuovo dio per la gente che si sente perduta nel mondo moderno.

P.V.: La voce di Cecilia è di quelle che affascinano e personalmente, come ho scritto nella mia recensione, ho visto realizzato, ascoltandola, un mio piccolo sogno: la ritengo un “incontro” fra la Patty Smith d’annata e l’impronta più indie di PJ Harvey. Quindi la domanda è per te Cecilia: ti ci rivedi in questa mia impressione o ti piace magari definirti in maniera diversa?
S.C.: Ti ringrazio davvero del paragone, non mi offende affatto, anzi. Ovvio che io sono io e loro sono delle grandi donne e delle grandi icone, non solo per me. Se è questo che viene fuori quando canto, non posso che esserne fiera. Sono cresciuta ascoltando grandi uomini del rock, quello puro, le donne che cantavano m’infastidivano perchè, a mio  parere, sempre troppo miagolanti, troppo sottili vocalmente, troppo angeliche nel timbro, mi annoiavano, volevo sentire la carne nella voce non la madonna!!! Patti Smith sì che hai vissuto gli anni migliori per essere una poetessa ed una rocker. PJ Harvey l’adoro senza ombra di dubbio. Gli uomini continuano ad ispirarmi l’istinto selvaggio senza timore. Ma anche Juliette Lewis è senza pudore, quindi tra le mie preferite entra anche lei di diritto.

P.V.: Dopo questo straordinario EP a quando il vostro album, cioè state già lavorando alle canzoni che ne faranno parte?
S.C.: Le canzoni che faranno parte del cd già ci sono venute incontro, non vediamo l’ora di chiuderci in studio a registrarle, per ora ci godiamo i live, sappiamo che saremo veloci nel completare l’intero album.

P.V.: Io sono rimasto colpito da “A vicious way”: ce ne parlate?
S.C.: A Vicious way…per descriverla mi viene in mente il titolo del pezzo dei Free, Fire and Water, proprio così, è nata da una fiamma che è finita sotto la pioggia che mi ha guarita.
Canzone molto sentita e sono felice che arrivi la sua intensità anche a chi non sa di cosa parlo.
L’importante come artisti dovrebbe essere sempre questo, avvolgere le persone che ti ascoltano e sono aperte a riceverti, senza alcuna spiegazione necessaria. Ci sarebbe tanto altro da dire su questo pezzo, ma preferisco mantenere il mistero!

P.V.: Un curiosità finale: svelate il perché vi chiamate “Sprained Cookies”?
S.C.: Sprained Cookies…i biscotti sono un elemento molto terreno, sicuro, che sa di casa, la nostra ricerca di un posto dove sentirsi al sicuro per poterci riparare dai mille demoni che ci circondano da essere umani lontani dalla verità ultima, che non deve essere per forza universale, ma personale.
Sprained è tutto il percorso che ci porterà alla fine di chi come noi è avido di saggezza, folle saggezza, avidità di esperienze musicali ed umane, coraggio di sapere qualunque cosa, ma saperla per conto nostro! Vivere, suonare, colori, tutto.

Intervista a cura di Piero Vittoria.

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