Intervista a Gazebo per il lancio di The Syndrone

In occasione della presentazione al Piper di Roma di The Syndrone, il nuovo album di Gazebo, Emanuela Del Zompo ha colto l’opportunità di fare un’intervista all’artista di origine libanese.

Chi è in realtà Gazebo?E’ Paul Mazzolini. Sono semplicemente figlio di un diplomata italiano che ha incontrato una donna americana mentre era a Beirut a lavorare presso l’ambasciata: si sono incontrati, innamorati e così sono

Chi è in realtà Gazebo?
E’ Paul Mazzolini. Sono semplicemente figlio di un diplomata italiano che ha incontrato una donna americana mentre era a Beirut a lavorare presso l’ambasciata: si sono incontrati, innamorati e così sono arrivato io. Ho viaggiato per il mondo e questo mi ha permesso di avere una cultura multinazionale, crescere e parlare varie lingue. Dal punto di vista musicale le cose che ho fatto hanno coinciso con gli anni 80 e la musica dance: ho avuto la fortuna di essere protagonista di più brani di  grande successo. Poi con gli anni ho anche imparato il mestiere di produttore, di arrangiatore e finalmente dopo anni di esperienza e lavoro è arrivato questo nuovo album The Syndrone che ho presentato in anteprima qui stasera al Piper, che è anche il frutto di viaggi e di cultura appresa negli anni.

Come è cambiato il tuo genere musicale oggi?
Sono cresciuto musicalmente e mi sono liberato di certi meccanismi perché la musica degli anni 80 aveva già una sua collocazione e non aveva senso fare oggi musica di quel tipo; già c’era, ormai ho una certa età  per fare le cose che facevo 25 anni fa! Sono andato a ruota libera ed ho fatto questo nuovo disco dove ho avuto il piacere di lavorare con dei grandi artisti musicali come Jerry Marotta e John Glibin, il bassista dei Simply Mind e Phil Collins.

Durante la tua carriera quali difficoltà hai incontrato nel tuo lavoro?
Ne ho incontrate e come, nel senso che quando alla fine degli anni 80 e gli inizi degli anni 90, sembrava che tutto quello che era di quell’epoca dovesse esser buttato via e così qualsiasi proposta che uno aveva non veniva mai recepita né dai media, né dai discografici; ho deciso di non insistere ma d’imparare il mestiere di produttore, così ho messo su uno studio di registrazione ed ho iniziato a lavorare molto umilmente dalle basi per  acquisire gli strumenti di questo mestiere.

Musicalmente parlando, dove ti trovi meglio? in Italia o all’estero? dove preferisci lavorare?
Ormai vivo in Italia, sono italiano; le mie scelte le avrei potute fare tanti anni fa, per cui lavoro in Italia, però musicalmente non seguo molto la musica italiana, il mio genere è altro, la musica inglese, quella classica.

Si parla spesso di crisi discografica, i giovani talenti hanno difficoltà a farsi produrre: cosa consiglieresti loro per affrontare questo difficile lavoro?
E’ un momento molto difficile perché siamo in una fase di transizione tra quello che era il vecchio mondo discografico con i cd con le multinazionali ad una realtà diversa che si basa molto sulla condivisione dei dati, sul download quindi diventa molto difficile avere un ritorno economico per coprire le produzioni ecco perché c’è questa crisi. I discografici non producono perché non ci sono introiti, la gente non compra perché può scaricare gratis. Così diventa un circolo vizioso dove ci rimette la musica ed i giovani che non hanno più spazio.

Se dovessi scegliere un artista per duettare chi sceglieresti tra il panorama nazionale ed internazionale?
Ce ne sono tanti anzi tantissimi che mi piacciono, sono abbastanza sereno per capire i miei limiti e tutti quelli che piacciono a me li considero sinceramente troppo bravi per me, avrei dei problemi a duettare con loro, sarebbe troppo dispari il confronto, troppo grande… Sarebbe invece interessante duettare con artisti che vengono da etnie  e culture diverse, come la musica balcanica.

Che messaggio porta il  tuo nuovo cd?
Già il titolo è un neologismo Syndrone è un incrocio tra Sindrome, Sindone, Sintesi ed è una parola che vuole essere una ripresa della parola blues che usavano i neri nell’800 oppure lo spleen; il messaggio insito nell’album vuole parlare di questa sensazione di disagio che abbiamo in questo momento in cui c’è la crisi economica, però allo stesso tempo siamo invasi di tecnologia, di televisione, pensiamo di essere liberi ma in realtà non lo siamo e ed è per questo che ho voluto un po’ stigmatizzare questo disco raccontando varie storie che possano ricordare questo momento.

Tornando indietro nel tempo, a I like chopin, com’è nata questa canzone?
A quei tempi studiavo presso la facoltà di lettere ed ero addentrato nella letteratura romantica anglosassone e francese: per cui  tra le letture di Boudlaire, Edgar Allan Poe e la scoperta di  Chopin aveva voglia di raccontare una storia  d’amore paradossale tra un musicista ed una scrittrice francese molto possente, tanto è vero che aveva un nome da uomo… George Sand; lei era grande, grossa e possente, lui invece piccoletto e fragilotto. Chopin era malaticcio, ma il genio e l’immenso nel rapporto era lui, eppure era totalmente dominato da questa donna che imponeva il suo volere… una storia d’amore complicata e piena di colpi di scena e raccontarla musicalmente per me significava  far capire che l’amore è più forte di ogni cosa e di ogni logica.

Spiegaci il video della canzone, che sembra abbastanza ambiguo.
In realtà nasce dal presupposto di lasciare la gente nel dubbio e di porsi delle domande come fai tu. Ma l’amore era tra i due o tra le due? Non si sa. Nel video si vede solo che lui viene incriminato e una delle due muore. Il resto sta a voi interpretarlo!

Hai curato anche la regia del video I like chopin?
No, ho portato al regista le mie idee… il video tra l’altro è stato girato in Inghilterra perché in Italia in quel periodo non c’era il culto o l’idea del videoclip (anni 83), comunque ho partecipato solo all’ideazione della storia del video.

E che ci dici di Lunatic?
Lunatic parla di questo personaggio che si sdoppia, che ha un identità tipo mr Jakie e dottor Hyde. E’ perseguitato da se stesso, è nemico di se stesso; fa riferimento a quello che è la psicosi della gente, in fondo siamo tutti perseguitati dai nostri sogni e dalle nostre ambizioni—-un uomo che vuole essere ora Nostradamus ora Casanova con le donne, ma non ne è capace. Una persona  che vive al di fuori delle sue possibilità.

Che progetti futuri hai?
Per adesso la speranza che questo disco venga accettato, la speranza di poter fare altri concerti così, che questa serata non sia una tantum. Spero di poter trovare altre situazioni dove far  spettacolo.

Che ne pensi di Sanremo oggi rispetto a ieri?
Sanremo oggi è molto dettato dalle esigenze televisive, si tende a relegare la scelta artistica a personaggi che hanno a che fare meno con la musica e più con la televisione, quindi fanno delle scelte in funzione a questo e non in funzione alla qualità della canzone.

Come produttore, produci te stesso o giovani talenti?
Sono andato a produrre delle cose molto interessanti in Olanda e in Albania, un paese completamente abbandonato a se stesso ma  che ha una fortissima tradizione musicale di tipo balcanica e mediterranea  perché  è un crocevia;  li ho scoperto quello che oggi è diventato il più  grande artista albanese. Di gente molto più brava di me che scopre talenti la tv ne è piena.

Che rapporto hai con la solidarietà?
Partecipo a cose dove so che c’è un seguito serio, purtroppo in Italia c’è la tendenza a fare cose un pò alla carlona; ma se c’è una manifestazione ad un certo livello io vengo volentieri!

Se ti chiedono di che origini sei, cosa rispondi?
Europeo, sono italiano ma ho dentro di me varie culture, perché ho vissuto in vari posti come la Danimarca, la Francia,  Inghilterra, ecc… ecc…

Nella scala dei tuoi valori cosa metti al primo posto?
La famiglia e l’affetto!

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