La bellissima “Amsterdam”, primo lancio dell’opera, ha tutto ciò che serve per divenire famosa. Probabilmente in bocca a seducenti Deep Purple reinventati giovani di questo tempo con in mano una contaminazione maggiore verso il grunge e sonorità stoner, sarebbe divenuto un successo da ricordare negli anni. E i nostri sono stati anche particolarmente bravi a far cadenzare con fascino la lingua italiana in un genere che probabilmente è fatto quasi esclusivamente per la lingua inglese (meglio se con taglio americano).
E ci sono appigli sociali accattivanti come in “I presidenti” che più di tutti mostra un approccio urban da vera metropoli cosmopolita. Arroganti queste ovvie tinture metal di chitarra elettrica nei suoi riff che tra l’altro arredano e caratterizzano l’ascolto un po’ ovunque. Momenti imbrattati di istinto, forse troppo, come in “Gospel per Chinaski”, ovvio rimando al poeta delle perversioni o nella open act “Zero” in cui da subito si capisce quanto questo rock sia dedito alle organze ritmiche di chitarra elettrica…eh si probabilmente mi piacerebbe vederlo come un disco chitarristico mentre la sezione ritmica fa i compiti a casa nel migliore dei modi ma senza particolari guizzi di fantasia.
Per il resto “Il Grido” non porta grandi novità di stile ed è una cosa che apprezzo moltissimo dato che invece di fingersi inventori celebrano un genere musicale con molto rispetto, competenza e soprattutto personalità. Però oltre ad “Amsterdam” che resta davvero il brano di punta di tutta l’opera, mancano ancora le grandi intuizioni melodiche che riempiono l’ascolto di gusto e di empatia. Perchè questo esordio de Il Grido pretende empatia.
Luca Marsi per FulSong



