The Killers in concerto all'Ippodromo di Capannelle a Roma

I Killers a Roma: dopo il trionfo del Mediolanum Forum a Marzo, dove venne finalmente celebrato il matrimonio tra la band di Las Vegas e il pubblico italiano, quest’estate c’è stata la luna di miele, Verona il mese scorso e Roma il 14 luglio. La città degli innamorati e la Città Eterna.

The KillersThe Killers

Troppa grazia. Ci lamentavamo che i Killers in Italia venivano snobbati dall’industria musicale nostrana; che mentre all’estero facevano da headliner ai più importanti festival europei qui da noi li sbattevano a suonare in quel buco dell’Alcatraz; che all’Heineken Jammin Festival di due anni fa erano in cartellone alle cinque del pomeriggio manco fossero Le Vibrazioni. E invece in questo scintillante 2009 ce li siamo ritrovati nel Bel Paese per ben tre volte nel giro di pochi mesi.
Il catino infernale dell’Ippodromo di Capannelle ha giocato un brutto tiro: ci si aspettava una passeggiata di salute dopo un inizio di Luglio a dir poco incandescente per quanto riguarda i concerti e invece è stato un autentico calvario. Pubblico del prato ammassato selvaggiamente fin dall’apertura dei cancelli, caldo infernale e intervalli troppo lunghi tra una band e l’altra.
Si apre con i londinesi White Lies, del tutto trascurabili, ennesimo revival synth-dark-wave Anni Ottanta e ennesima copia spudorata e senza personalità dei vari Cure, Bauhaus e Joy Division e quindi di The Rapture, Interpol, Editors e compagnia bella, con tanto di altrettanto solita voce baritonale. Ormai è una moda.
Alle 20.50 salgono invece sul palco i Franz Ferdinand e la musica cambia. In tutti i sensi. Grande esibizione quella di Alex Kapranos e soci, un po’ corta ma si poteva immaginare. D’altronde è destino che quando vengono a Roma lo fanno sempre come spalla di qualcuno, come nel 2006 quando aprirono per i Depeche Mode. Si sente chiaramente che i pezzi dell’ultimo disco, Tonight, fatta eccezione per la potentissima Ulysses e Lucid Dreams (a proposito, bella la lunga coda synth con la telecamera a riprendere il pubblico), stentano a reggere il confronto col materiale dei primi due album, però la vitalità e l’energia con cui le propongono dal vivo rendono meno evidente il gap e fanno passare in secondo piano anche quello che si può non apprezzare sul piano della composizione.
Terminato il set della band scozzese inizia l’attesa per i Killers. I tecnici sul palco iniziano una lunga e laboriosa preparazione scenografica per la gioia di noi presenti stremati dalla fatica. Ecco quindi apparire alle spalle del megaschermo utilizzato per i Franz Ferdinand le famose palme che caratterizzano la scenografia di questo tour dei Killers e, subito dopo, la gigantesca “K” che viene sistemata al centro del palco.
Difficile stabilire chi fosse la spalla di chi ma quando alle 22.30 sono saliti sul palco Flowers e soci il boato impressionante del pubblico ha tolto ogni dubbio.
Partenza al fulmicotone con Human e This Is Your Life, come a Milano. La prima metà dello show è in gran parte dedicata a Day & Age, l’ultimo e più controverso album dei quattro del Nevada. Effettivamente chi non ammira particolarmente questo disco al concerto può rimanere un po’ perplesso e metterci del tempo per riprendersi e scaldarsi: anche dal vivo le nuove canzoni confermano l’impressione di essere un po’ troppo leggerine. Per carità, impeccabili nella costruzione, vero pop di classe ma per un gruppo che dovrebbe avere il fuoco dentro e che fino a due anni fa incendiava i cuori con un folk rock d’altri tempi che riprendeva la lezione di Springsteen e Tom Petty, le ultime creazioni sembrano davvero poco più che canzoncine d’evasione.
Ma torniamo al racconto della serata: Somebody Told Me e For Reasons Unknown ci riportano per un attimo ai vecchi Killers per poi tornare alle atmosfere frizzantine e ovattate di Day & Age con una sequenza degna dei migliori club Anni Ottanta di musica caraibica. The World That We Live In, il loro omaggio ai Tears For Fears, Joyride dove sembra di essere a un aperitivo su una spiaggia dei tropici al tramonto e I Can’t Stay, con le sue reminiscenze salsa, a chiudere la parte centrale dello spettacolo. Il tutto condito da fiati, tastiere e percussioni, in aggiunta alla formazione base, che hanno reso il suono più pieno e avvolgente oltre che, ovviamente, fedele alle versioni su disco.
In questa parte dello spettacolo una nota positiva la merita di certo anche l’impianto scenografico. Molto elegante e discreto ma anche costante e incisivo, infatti, l’uso delle luci durante alcune canzoni, il che ha reso  il mix tra suoni e colori del tutto irresistibile.
Terminato il frivolo siparietto, con Bling ecco tornare i Killers epici e fieri che abbiamo sempre conosciuto, poi il basso accenna il leggendario giro di Shadowplay ed ecco partire la cover del brano dei Joy Division inserita nella colonna sonora di Control, il film su Ian Curtis.
Poi un altro classicone, Smile Like You Mean It, Spaceman e la bellissima A Dustland Fairytale, l’unica che riesce davvero ad elevarsi rispetto all’atmosfera di generale vacuità di Day & Age.
Brandon sembra stare molto bene di voce, del resto parecchie delle critiche in merito che gli venivano rivolte in passato erano davvero eccessive e anche un pochino ingenerose. Semmai, se proprio gli si vuole trovare un difetto, si può dire che non fa abbastanza “paura” e non mette abbastanza “in imbarazzo” lo spettatore. Troppo pulito e educato, non si ha mai l’impressione che sul palco stia per fare qualcosa di grosso. Ma, per carità, questo resta appannaggio solo dei più grandi animali da scena, magari col tempo arriverà ad avere il carisma di un Micheal Stipe o di un Bono. Per il resto, comunque, sembra sciolto e anche sufficientemente proteso verso il pubblico.
La parte finale del set principale viene affidata a una terna da brividi: Read My Mind, Mr.Brightside e All These Things That I’ve Done, con Brandon che a metà canzone si ferma in posa messianica e il pubblico che intona l’ormai storico ‘I’ve got soul but I’m not a soldier’.
Qualche minuto di pausa e poi il bis che si apre con Bones, mentre lo schermo rimanda le immagini del videoclip che Tim Burton girò per questo pezzo, Jenny Was A Friend Of Mine con un Vannucci strepitoso alla batteria – non si poteva non rimanere affascinati se ci si fissava a guardarlo – e chiusura col botto (in tutti i sensi) con When You Were Young sul cui finale partono i fuochi d’artificio e una stupefacente cascata di scintille alle spalle della band. Da togliere il fiato.
L’impressione alla fine è quella di aver assistito a una gran bella performance. La strada che porta alla fama planetaria è stata tracciata e i Killers hanno tutte le carte in regola per diventare un nome di punta del mercato mainstream, al pari di Muse e Coldplay. Siamo pronti a scommettere che la gara a chi riempirà più stadi nel prossimo decennio avrà per protagonisti questi tre nomi.

Recensione a cura di Valerio Di Marco

01. Human
02. This Is Your Life
03. Somebody Told Me
04. For Reasons Unknown
05. The World That We Live In
06. Joyride
07. I Can’t Stay
08. Bling
09. Shadowplay
10. Smile Like You Mean It
11. Spaceman
12. A Dustland Fairytale
13. Read My Mind
14. Mr. Brightside
15. All These Things That I’ve Done
16. Bones
17. Jenny Was A Friend Of Mine
18. When You Were Young

Punteggio: 8

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