Intervista a Maurizio Scandurra: «La discografia italiana? Ha ragione Ilaria Porceddu:‘Tabula Rasa’»

Il noto giornalista e critico musicale Maurizio Scandurra, sempre più richiesto dai principali portali musicali italiani, che ama definirsi ‘un visionario competente’, da molti ribattezzato invece ‘Il Beppe Grillo della musica italiana’ per via di pareri dissacranti ma fondati, bombarda e demolisce l’attuale stato dell’arte della discografia nazionale, talent show compresi.

Maurizio Scandurra Maurizio Scandurra

Ha parole di stima per Dolcenera, Ilaria Porceddu, Andrea Mingardi e Antonella Ruggiero. E lancia un appello a favore del grande e atteso ritorno di Anna Oxa.

Maurizio Scandurra, sei uno dei giornalisti musicali più taglienti d’Italia: quali, secondo te, le colpe della discografia italiana?
La colpa, in realtà è solo una: la totale incapacità di guardare al mercato con occhi lungimiranti, propri di chi sa diversificare l’offerta. Mi spiego meglio. Nutrirsi di dischi e ragazzini, o meglio produrre per il 95% sempre e solo artisti sempre più giovani, non che per carità non ci sia spazio per costoro, significa ignorare oltre l’80% della popolazione italiana, che continua a non comprare più dischi: non perchè non ha soldi, ma per il fatto che non trova nell’offerta attuale proposte in grado di soddisfare i propri gusti ed esigenze sotto il profilo culturale, che artistico, che di contenuto. L’Italia è il paese demograficamente più vecchio al mondo: ma tutti, e lo sappiamo bene, riconosciamo che il potere di spesa pro-capite di persone in età compresa tra i 30/35 e i 60/65 e anche più su è di certo di gran lunga maggiore della misera paghetta che i ragazzini devono estorcere, mi sia consentito il termine, settimanalmente o mensilmente, ai loro genitori – o, peggio ancora, ai poveri nonni – già gravati da mille problemi legati al normale mantenimento della famiglia. C’è una grandissima fascia di persone che ama avere i cd o i vinili, comprarli, collezionarli, catalogarli. Vorrete mica pensare che i fan rimasti orfani di gente come Mango, Enzo Iannacci, Lucio Dalla, Matia Bazar, Pino Daniele, Ivan Graziani, Fabrizio De Andrè e Giorgio Gaber e moltissimi altri artisti di questo calibro, non abbiano più il diritto a comprare un disco? Certo che ce l’hanno, peccato che nessuno gliene dia la possibilità.

Maurizio, molti ritengono che i talent siano l’unica via per fatturare, parlando di case discografiche.
E’ una cazzata grande quanto l’intero universo, e forse anche più. Così come anche quella di contrattualizzare preferibilmente ragazzini con milioni di visite su Facebook o visualizzazioni su YouTube. E’ un’equazione che non sempre paga. Il successo vero è costruzione nel tempo, duro lavoro, fatica, sudore, sacrificio. Lodovica Comello è una web star, ma come vendite di dischi non ci siamo affatto, pur avendo fatto persino Sanremo 2017 nei BIG, non si sa a che titolo. La discografia compie un errore madornale: investire in personaggi che si credono famosi, come i ragazzini che escono dai talent, più simili a frutta di stagione che ad alberi secolari, dimenticandosi invece dello scouting. Ovvero, ricercare sul territorio proposte artistiche valide, covarle per il giusto periodo come fanno le galline con le uova, fino al punto della maturità, per portare sul mercato artisti, cantanti e dischi convincenti in grado di durare almeno 35-40 anni di carriera. I talent sono un modo per un utile netto marginale immediato. L’operazione può funzionare 1, 2, 3 volte al massimo. Anche perchè, se si guardano in camera di commercio i bilanci delle case discografiche, e soprattutto i margini di utile, viene da ridere, come se si ascoltasse la migliore delle barzellette. Un’azienda che produce campane, e parlo a ragion veduta, fattura molto di più.

Perchè?
Il motivo è semplice. Lanciare artisti continuamente, usarli come una spugna usa e getta, dimenticarli e dire ‘avanti il prossimo’, equivale a spendere ingenti somme per avviare un’artista, che difficilmente ritornano. Questo spiega perchè la somma totale del fatturato dell’industria discografica non supera neanche i 160 milioni di euro annui, cifra divisa tra almeno 60-70 aziende.
Ci rendiamo conto che sono briciole e, forse, i piccioni hanno la pancia più grossa? Non bastano gli accordi con YouTube a salvare le multinazionali del disco dal tracollo, se si continua di questo passo. Più la musica si fa schiava della rete, più le presta il fianco, più si danneggia e ammala di un male incurabile.

Maurizio, perchè allora le case discografiche non puntano più agli artisti di sempre?
Questo è un altro atteggiamento assolutamente imbecille e fuori luogo, che io motivo in questa maniera: cantanti che oggi fanno le piazze, i teatri, ma sono più avanti negli anni, dai 50 ai 60 e forse di più, vengono maltrattati dalle etichette che li considerano vecchi, fuori moda, demodè. La scusa è sempre la stessa: in radio passa altro. Se io fossi il presidente di una multinazionale del disco, per orgoglio, dignità e rispetto del mio lavoro farei di tutto per evitare che a decidere cosa passa in radio sia un qualche pincopallo di turno borioso e pieno di vanagloria, che probabilmente prima faceva l’impiegato in uno studio commercialistico, o forse puliva i bagni e, miracolato, si è ritrovato alla guida di una playlist. Le radio hanno il compito di diffondere la musica, non di influenzare il gusto, né tanto meno di decidere i criteri con cui scrivere le canzoni. Renato Zero, anni fa, scrisse una canzone che la dice lunga in materia, e che per me è come fosse il vangelo contro l’ignoranza e l’inappetenza delle radio. Quel brano si chiama” Radio o non radio”. Le radio devono piantarla una volta per tutte di fare da dittatori, di decidere cosa va e cosa non va, obbligando, alla stregua della schiavitù, gli artisti a scrivere le canzoni tutte uguali in questo modo: cassa in 4, suoni pop dance, testi intrisi di parole che sono più simili alle metriche rap e non a quelle di una canzone pop, 3 minuti al massimo, ritornelli che ripetono slogan inconcludenti e infastidenti come fosse un mantra ipnotico, omologazione di suoni, totale assenza di creatività.

Che cosa ne pensi del rap italiano?
Un genere che nulla ha a che vedere con la musica italiana. E’ sinonimo di bruttezza, squallore, mediocrità e volgarità. Mi fa venire la diarrea.

Tra le donne della nuova musica italiana, chi stimi in particolar modo?
Una su tutte: Dolcenera. Lei è un’artista completa: classe, grinta, voce e stile da vendere. Ed è anche un’ottima musicista e cantautrice capace di spaziare e muoversi abilmente fra generi diversi, dalle ballate ai brani potenti. Ha carattere, personalità, sia a livello artistico che estetico. Sa scrivere canzoni che diventano delle hit, è un animale da palcoscenico. Non viene dai talent, ha fatto la gavetta ed è preparata: è partita da Sanremo Giovani, con Pippo Baudo – il battesimo migliore -, come si faceva anni fa. In tanti provano a imitarla, fortunatamente con pessimi risultati: Dolcenera è unica. La ricordo ancora quando faceva la corista a Mediaset, nell’orchestra della trasmissione ‘Testarda io’ condotta da Iva Zanicchi, cui partecipò anche l’indimenticata Giuni Russo.

Maurizio, quali, secondo te, le ricette per cambiare?
Che lo dica io, poco importa. Che lo dica il tempo, questo sì che fa la differenza. Mi spiego: i talent, come dicono i grandi Michele Monina e Red Ronnie, sono finiti. E con loro, anche un certo tipo di televisione e, in primis, certi tipi di artisti che definirli tali mi sembra di peccare involontariamente di millantato credito o abuso di titolo. Dobbiamo smetterla di educare i giovani al fatto che la musica che conta sia solo quella loro coetanea, dimenticando il passato, i grandi nomi in circolazione tuttora sia italiani che stranieri. Sarebbe come, in una lezione di italiano, ignorare la letteratura dai giorni nostri fino agli albori, parlando solo dei romanzi contemporanei. La ricetta è semplice: seguire il metodo di Caterina Caselli. Con la sua Sugar Music, pure avendo preso dei flop anche lei, ha dimostrato che la gestazione di un’artista equivale a una vera e propria gestazione: mentre per mettere al mondo una nuova vita occorrono 9 mesi, per sfornare un nuovo cantante occorrono invece anni di preparazione dietro le quinte. Questa è la strada. Mi auguro che persone che stimo come i presidenti delle 3 multinazionali ovvero Marco Alboni (Warner), Alessandro Massara (Universal), Andrea Rosi (Sony), ma anche validi indipendenti come Dario Giovanni della Carosello (l’etichetta di Levante) e Dino Stewart (vertice della BMG, casa discografica di Francesco Gabbani), tornino a cercare nelle belle voci, nei grandi autori, nel recupero del gusto e dell’eleganza la via privilegiata non solo per cambiare la musica, ma quanto meno per abbellirla, ampliando così di fatto l’offerta: e, forse, ottenere più margini di fatturato aprendo o riaprendo nuove aree di business per troppo tempo rimaste sotto silenzio.

Se tu dovessi fare un appello per far rientrare in una grande casa discografica un artista famoso, a chi penseresti?
Trovo veramente vergognoso, assurdo e disgustoso il fatto che un’artista della grandezza e dello spessore vocale della straordinaria Anna Oxa da troppo tempo giaccia fuori dai giochi. Anna Oxa io non la giudico, come hanno fatto molti miei colleghi, che stupidamente e con assoluta mancanza di tatto, in questi ultimi anni hanno parlato di Anna Oxa più per aspetti tutti differenti dalla musica, facendo solo inutile gossip. Per quel che mi riguarda, Anna Oxa è e resta una cantante pari a una pietra miliare della nostra musica. A Sanremo 2018 le spetta un posto di diritto, indipendentemente da chi lo condurrà e da chi lo dirigerà artisticamente.

Un altro nome che secondo te merita?
Antonella Ruggiero: la ritengo un’altra fuoriclasse, l’unica che difende in Italia il bel canto, rispetto all’immondizia che ascoltiamo giornalmente in radio. Meriterebbe di tornare anche Andrea Mingardi, che in questi anni ha scritto le canzoni più importanti di Mina, degli Stadio, di Ornella Vanoni, Gianni Morandi, dimostrando che a 76 anni ottimamente portati si può essere più giovani e freschi di tanti ventenni che sono per lo più l’uno la brutta copia dell’altro. Lui è di fatto il primo bluesman italiano, Zucchero viene dopo. Così come anche Paolo Belli: lui, almeno riconosce il primato di Mingardi nel genere, dice sempre che è il suo maestro. Qualcuno, leggendo le mie parole, potrà pensare che io sia vecchio. Non è così. Io ho 30 anni, sono perfettamente calato nella modernità, ma sono una persona che ha un profondo gusto estetico e storico tra presente, passato e futuro. Ma poichè gli artisti (tutti) usciti dai talent li trovo imbarazzanti, per la totale assenza di talento e di belle voci, preferisco rifugiarmi nei big, almeno così vado sul sicuro.

Un artista che non viene dai talent e che ti ha colpito?
Sì, uno c’è. Parlo di Cleò, la voce misteriosa del web che sta facendo parlare bene di sé tutta la stampa italiana. Internet è pieno di articoli in cui tutti i più grandi critici musicali, compresa te, cara Alba Cosentino, hanno speso e tuttora continuano a spendere parole incoraggianti per un artista di cui non si sa nulla e che al momento ha pubblicato sul proprio canale YouTube solo 6 cover sul web ottimamente accolte e recensite, eseguendole solo voce e piano: come dire, il modo più rischioso, ma anche il più efficace per mettersi a nudo e far vedere come si canta davvero. Uno che interpreta Brava di Mina, canzoni di Mango, Antonella Ruggiero, Matia Bazar e altri grandi maestri in tonalità originale, fa la differenza sia per la voce straordinariamente innovativa e diversa dalla media, ma anche per le scelte musicali fatte. Se Cleò costituisce la risposta alla pochezza della musica giovane di oggi, ben venga un artista che possa continuare sulla linea di Mango, dei Matia Bazar, trovando un suo spazio proprio e originale. Sicuramente, c’è un grande pubblico che aspetta di comprare un disco di questo genere. Confido che glielo facciano fare e glielo auguro di vero cuore.

Maurizio, però, insisto: possibile che tra gli artisti usciti dai talent non ce ne sia uno che ti piaccia almeno un po’?
E va bene, cara Alba, faccio un’eccezione alla regola. Se proprio devo ricercare una voce di alto livello, penso alla brava Ilaria Porceddu. Ho ascoltato il suo disco, “Di questo parlo io”, e mi ha colpito in particolar modo una canzone: “Tabula rasa” scritta dal bravissimo Gaetano Capitano, che ho già avuto modo di apprezzare e di riconoscerne il talento come autore del “Dio delle piccole cose” contenuto nel pluricelebrato disco “Il padrone della festa” del trio Fabi-Gazzè-Silvestri. La penna di Gae Capitano fa la differenza in ogni disco, è la seconda volta che capita, quindi non si tratta di coincidenza, bensì di puro talento. Capitano è un poeta moderno, colto e appassionato. Anche Mario Luzzatto Fegiz, che stimo tantissimo, ha detto che “Tabula rasa” è il brano migliore della nuova Ilaria Porceddu. Ha ragione. Auguro a Ilaria e al suo staff di durare nel tempo, nonostante vendite, visualizzazioni e passaggi in radio siano al momento inferiori di altri suoi colleghi dei talent. Ilaria è fatta per restare, gli altri invece per rincoglionirci una stagione e poi sparire nel water in una sola tirata di sciacquone.

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1 Commento su Intervista a Maurizio Scandurra: «La discografia italiana? Ha ragione Ilaria Porceddu:‘Tabula Rasa’»

  1. Bravo! Maurizio hai proprio ragione su Anna Oxa, straordinaria voce è grande artista.Ridateci Anna a San Remo.Anna detta stile sia nella musica che nella moda

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